Gli Scavi di Pompei e l’inconscio archeologico
di Redazione
02/10/2025
Sincronia e diacronia nell’anima di Pompeii
L’idea che Pompei rappresenti una città sospesa nel tempo non è una semplice suggestione turistica, ma un nodo metodologico che tocca le basi stesse dell’archeologia. Osservare Pompei significa entrare in un laboratorio unico al mondo, dove la stratificazione degli eventi si intreccia con la necessità di scegliere come raccontarli. La recente apertura dei cantieri di scavo a piccoli gruppi di visitatori – appena quindici persone per volta – non è solo un’operazione di valorizzazione culturale, ma un vero e proprio viaggio nell’inconscio archeologico, laddove i livelli del sottosuolo dialogano con le ombre della memoria.
Sincronia e diacronia: due strumenti complementari
I concetti di sincronia e diacronia, mutuati dalle scienze umane, trovano in archeologia un terreno fertile. La sincronia cattura l’istantanea di un momento, l’assetto di una domus, la disposizione degli oggetti al momento dell’eruzione; la diacronia, invece, racconta il lento evolvere dei processi, la successione degli strati e le trasformazioni di un insediamento nel tempo. A Pompei, per secoli, ha prevalso la prospettiva sincronica: la città cristallizzata dal Vesuvio nel 79 d.C. era un documento straordinariamente leggibile e seducente.
Eppure, questa stessa seduzione ha rischiato di oscurare altre storie. Gli strati pre-romani, le tracce arcaiche e i segni della vita post-eruzione furono spesso ignorati o marginalizzati. La scelta di privilegiare la Pompei romana ha prodotto un’immagine potente ma parziale, rassicurante nella sua immobilità eppure mutilata nella sua profondità temporale.
Dalla Pompei “cristallizzata” alle nuove esplorazioni
Lo psichiatra Antonio Morlicchio sottolinea come questo orientamento rispondesse a un bisogno di ordine: la Pompei della “diacronia breve”, confinata a pochi giorni di catastrofe, sembrava offrire certezze. Oggi, grazie a un rinnovato approccio, si torna a scavare in verticale, affrontando contesti complessi, dove un manufatto può inglobare e rielaborare strati precedenti, creando un intreccio diacronico che sfida la linearità della narrazione storica.
Le ricerche più recenti nell’Insula Meridionalis e nell’area perifluviale del Sarno hanno portato alla luce contesti che riscrivono l’origine stessa della città. L’insediamento oscosarrastro di Longola, con le sue palafitte lungo il fiume, rappresenta un anello mancante che collega la Pompei che conosciamo con la sua progenitrice, Pumpaia. È qui che l’archeologia smette di essere soltanto scavo della materia e diventa scavo della memoria, del rapporto fra ciò che è stato sepolto e ciò che ancora chiede di essere raccontato.
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