Recensione sulla Klimt experience: per noi Klimt l’avrebbe odiata

Lo premettiamo subito: la nostra, sulla Klimt experience, è probabilmente una unpopular opinion. E’ dal 20 ottobre di quest’anno che è “sbarcata” a Napoli – alla Basilica dello Spirito Santo in via Toledo – la “Klimt experience” ( e che avrà luogo fino al 3 febbraio 2019).
Ma che cos’è esattamente la Klimt experience? Banalmente è un tributo in versione 2.0 a quello che è stato l’immenso Gustav Klimt, uno dei più grandi pittori del panorama viennese vissuto a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900.

Klimt non ha bisogno di presentazioni: chiunque nel corso della propria esistenza si è scontrato, anche soltanto per caso, in un quadro del pittore. Tra le opere più famose, proprio a titolo esemplificativo ricordiamo “Il bacio”, “Danae” e “Giuditta e la testa di Oloferne”.

Ma torniamo alla Klimt experience. Proprio all’inizio dicevamo che questa esperienza altro non è che un omaggio in chiave moderna all’artista. Il corto circuito però si verifica proprio nella traduzione in chiave contemporanea di quella che aveva tutte le potenzialità per poter essere “una bella cosa” ma che non è riuscita ad essere nemmeno minimamente e vagamente evocativa. E’ stato piuttosto l’emblema del trionfo del nulla con contorno di multimedialità a caso e frivola esaltazione dell’ego dei visitatori per dessert.
Ma andiamo per gradi: La K.e. viene descritta come uno “spettacolo multimediale immersivo”, allorché il visitatore ignaro esclama cose come “perdincibacco! imperdibile! da vedere assolutamente!”. Chissà che tipo di immersione ci si aspetta effettivamente.

Tutti ne parlano in modo entusiasta, gente che si accalca, instagram pieno di foto, e che fai tu, non ci vai? Ci vai! Preso bene e mosso dalla curiosità, ci vai!
La realtà però come sempre è un’altra cosa.
L’itinerario dell’esperienza è il seguente: una stanza di ingresso dove sono raggruppate a caso immagini dell’artista con alcune informazioni aspecifiche sui vari momenti di ispirazione dello stesso; successivamente si entra in una stanza che viene definita “immersiva” che altro non è che un bombardamento musicale accompagnato da diapositive rappresentative di immagini sempre a caso (infatti alcune di queste ben poco c’entrano con lo stesso Klimt) e di gente stesa a terra con aria contemplativa, che poco dopo becchi a spararsi selfie artistici facendo finta di essere appena stati colpiti da una fulminante sindrome di Stendhal; segue la mirror room che è proprio l’apoteosi, simbolo, manifestazione e dramma dei nostri tempi e su questa non vale nemmeno troppo la pena soffermarsi, benchè per alcuni costituisca l’unica vera attrazione e chiudiamo poi con la reale esperienza multimediale che altro non è che la pretesa di dare profondità all’arte klimtiana ovvero come gingillarsi in 3D per cinque minuti avvertendo sensazioni caotiche. Ma forse su questo la K.e ha fatto centro: la sensazione del caos è stata veramente fenomenale tanto da creare una grande e imensa aspettativa per la fiera del nulla cosmico in 3D.

Questo non è un tributo a Klimt, questo è un tributo all’ego del visitatore che fa finta di andare a vedere l’esperienza multimediale di klimt.
Questo è il set perfetto dove l’ego e il protagonismo più sfrenato possono finalmente liberarsi ed esibirsi in un milione di scatti e di foto da condividere subito su fb e instagram, facendo finta di essere colti e ovviamente – dulcis in fundo – di essere veri appassionati di Klimt.

Questa esperienza è uno sguardo triste su cosa siamo diventati e non ha niente a che vedere con Gustav Klimt (per fortuna). Si esce con la galleria del cellulare piena di selfie e la memoria interna dello stesso esaurita. Ma quella galleria è l’unica cosa ad essere stracolma perché il visitatore invece ne esce pieno di nulla e soprattutto, preso dalla foga della “Mirror room” e della “stanza immersiva” si è dimenticato che in quelle stanze di Klimt non c’è nulla se non diapositive randomiche con quelle lucine tutte meravigliose che ultimamente – ce lo insegnano gli influencer – fanno tanto “figo”, “WTF”, “no vabè raga, adoroh”.

Servizio a cura di Dorina De Simone per Napolipage.it

Per altre info sulla mostra vai qui 

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